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Palme e banani in piazza Duomo: qualche nota - I Giardini di Babilonia
aiuole di Milano
fogliolina
Palme e banani in piazza Duomo: qualche nota

In questi giorni a Milano il dibattito impazza: palme si o no davanti al Duomo? Come al solito ci si schiera con argomentazioni che per la maggior parte si posson definire “di pancia” ma è anche giusto che ognuno abbia la possibilità di dire la sua per quanto riguarda il gradimento o meno di una installazione che riguarda il cuore della città. E non parlo solo di un luogo che è centrale ma che va a toccare, per noi milanesi, proprio delle corde profonde.

Ora purtroppo sì é anche andati oltre. Una palma é stata bruciata, colpevole di creare una eccessiva “africanizzazione” dell’ambiente meneghino. Non commento neanche, altrimenti rischierei di diventare cattiva. A questo riguardo urge fare qualche chiarimento almeno di tipo botanico.

Le palme scelte: si tratta di Trachicarpus fortunei, specie originarie delle regioni fredde cinesi, quindi con l’Africa non ci azzeccano proprio. Conosciute erroneamente anche come Chamaerops excelsa secondo una vecchia classificazione, sono simili alle nostre ( mediterranee) Chamaerops humilis, le palme nane che troviamo spontanee in sud Italia . Resistono quindi al freddo e possono trovar posto nelle nostre aiuole, sempre che piacciano.

I banani: quelli scelti non sono quelli da frutto, anche perché non potrebbero fruttificare da noi, ma specie ornamentali. Nei vari articoli si riporta la specie Musa ensete ( ventricosum?) . Belli e dal portamento architettonico possono dare dei problemi in caso di vento perché si “sfrangiano” . Mi piacciono? Dipende da molti fattori, possono essere super in una determinata posizione e kitsch in altre.

Le aiuole con le palme riprendono una tradizione ottocentesca: é vero che alcune aiuole milanesi nell’800 erano piantate con queste specie seguendo la moda del tempo , ma chi l’ha detto che allora si facessero scelte migliori di oggi? Poi se osserviamo  le vecchie foto di piazza Duomo, le aiuole mi sembravano comunque un po’ più aperte e “sobrie” . In ogni caso non si tratta di scegliere tra vegetazione esotica o autoctona, non si tratta di un rimboschimento. Il punto non é questo

Fatte queste premesse dico quindi la mia sull’installazione, con la doverosa premessa che non ho ancora visto di persona l’aiuola incriminata. E lo faccio comunque, al contrario di quanto ami al solito commentare a cose fatte, perché non ho bisogno di vedere se l’aiuola è venuta bene o male, se è divertente,lussureggiante o gioiosa. Lo sarà sicuramente, non ho dubbi che il progettista possa aver pensato a qualcosa di spettacolare. I dubbi li ho eccome per quel che riguarda le scelte vegetazionali che continuano a sembrarmi, anche dopo aver letto mille pareri, non consone al luogo, stridenti con l’intorno, sfacciate ( si, anche piuttosto sfacciate) per l’importanza storico/simbolica della piazza. É una questione di sensibilità personale e professionale . Forse eccessiva?

Quando mi preparavo ad esercitare questa professione, alcuni miei “maestri” hanno molto insistito sul concetto di “Genius loci”, lo spirito del luogo, e di come la sua ricerca sia alla base dello sviluppo di ogni progetto sia piccolo che grande. Con una certa sensibilità ed esercizio ,riconoscere lo spirito del luogo ti aiuta a compiere delle scelte che non risultino poi stridenti con le peculiarità di quel luogo, in alcuni casi ( come questo ad esempio) con la sua “sacralità ” ed architettura . Non parlo in senso stretto di senso religioso, la sacralità la di può riconoscere in un bel paesaggio, all’interno di un bosco, davanti a un quadro…in quei luoghi insomma in cui ci si sente riconnessi in uno spazio senza tempo.

Ma che aiuola avrei progettato io? In una piazza così importante forse non ne avrei messa nessuna.

Ps  – Se avete voglia di approfondire il concetto di Genius Loci  vi invito a leggere questo interessante articolo di Angelo Sofo di cui riporto il link, oppure il saggio di Christian Norberg-Schulz “Genius loci”.

Sul “Genius Loci” – Lo spirito del Luogo – di Angelo Sofo

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